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Una breve storia della Bosnia-Erzegovina

 

Di Massimo Carnevali
Liberamente basata sul documento del Prof. Andras Riedlmayer, Harvard University disponibile su questo sito.


La Bosnia dall'epoca romana al medioevo
(dal III secolo al 1463)
  La Bosnia Ottomana  (1463-1878)
  La Bosnia a cavallo del nuovo millennio
(1878-1918)
  La Bosnia fra le due guerre
(1918-1941)
  La seconda guerra mondiale
(1941-1945)
  La guerra fredda e la Jugoslavija di Tito
(1945-1990)
  La disintegrazione della Jugoslavija
(1986-1992)
  La guerra in Bosnia
(1992-1995)
  La Bosnia Contemporanea
   
 

La Bosnia dall'epoca romana al medioevo
(dal III secolo al 1463)

Come il resto del Mediterraneo, la Bosnia era parte dell’Impero Romano durante i primi secoli dell’era Cristiana. Dopo la caduta di Roma, l’area della Bosnia fu contesa fra i Bizantini ed i popoli che avevano sostituito l’impero Romano ad Occidente.

Intorno al VII secolo in Bosnia s’insediarono gli Slavi che formarono numerose contee e ducati.

Il IX secolo vide la nascita di due regni confinanti, la Serbia nel sud-est della Bosnia e la Croazia nella parte occidentale.

Nell’XI e XII secolo la Bosnia fu governata da nobili locali sotto l’autorità del regno d’Ungheria che si era annesso sia la Bosnia che la Croazia.

Attorno al 1200 i bosniaci iniziarono a combattere ed ottennero l’indipendenza sconfiggendo non solamente il Regno d’Ungheria ma anche il Regno di Serbia.

Il Regno indipendente di Bosnia durò per oltre 260 anni, la sua popolazione era interamente cristiana ma in un ambito di tolleranza abbastanza anomalo per il periodo storico erano presenti tre diverse confessioni della chiesa Cristiana, quella Cattolica Romana (che contava la maggioranza della popolazione), quella Ortodossa ed una chiesa scismatica locale Bosniaca di minoranza.

Tutte tre le confessioni erano deboli dal punto di vista logistico ed organizzativo, i sacerdoti non erano personaggi colti e carismatici e sopratutto non godevano di appoggi economici da parte della monarchia; questi fattori, successivamente, contribuirono alla perdita di consenso della religione Cristiana nei confronti dell’Islam.

Nel XIV secolo i turchi ottomani avviarono il processo di conquista dei Balcani. Nel 1389 il Regno di Serbia aveva subito una pesante sconfitta dall’esercito Turco nella battaglia del Kossovo ed era diventato uno stato vassallo dell’impero Ottomano.

La Bosnia riuscì a destreggiarsi fra i potenti stati confinanti mantenendo la propria indipendenza fino al 1463 quando dovette cedere all’avanzata Turca.


 
 

La Bosnia Ottomana (1463-1878)

L’esercito Ottomano, dopo la conquista della Bosnia, proseguiva la sua marcia verso Vienna.

Nel secolo seguente all’inizio dell’occupazione Ottomana, numerosi Bosniaci lasciarono la debole chiesa Cristiana per abbracciare la fede Islamica (probabilmente spinti anche da ragioni di opportunità economica e sociale).

L’opera di proselitismo Islamico fu favorita dalla presenza in Bosnia di numerosi predicatori itineranti che propagandavano una forma molto aperta di Islamismo che consentiva ai Bosniaci di adattare le loro tradizioni alla nuova fede.

I sultani locali ed i loro governatori si impegnarono ad abbellire i paesi e le città della Bosnia costruendo moschee ma anche scuole, librerie, orfanotrofi, mense e rifugi per i poveri.

A seguito di queste conversioni alcuni Musulmani Bosniaci cominciarono a salire la scala gerarchica del potere Ottomano conquistando posizioni elevate nell’esercito, nell’amministrazione locale e nei tribunali Islamici. All’interno della Bosnia si andava formando una cultura Musulmana con la propria letteratura, la propria cultura ed i propri usi e costumi contaminati dalle culture precedenti.

Ovviamente non tutti i Bosniaci aderirono alla fede musulmana, in parte rimasero fedeli al Cattolicesimo, in parte all’Ortodossia mentre la chiesa scismatica Bosniaca sparì nell’arco di pochi anni. Sempre nel periodo della dominazione Ottomana ci furono anche notevoli flussi migratori sia entranti (sopratutto dai paesi balcanici confinanti) che uscenti.

La politica del governo Turco Ottomano era molto tollerante nei confronti delle minoranze religiose non Musulmane, a tutti era concessa libertà di culto e di vita sociale, allo stesso tempo però i non-musulmani erano soggetti a tasse maggiori e non potevano accedere alle più alte cariche dello stato e dell’esercito.

Per più di 400 anni la Bosnia mantenne una propria identità come “Sultanato di Bosnia”, una provincia chiave dell’Impero Islamico Ottomano. Le successive generazioni di aristocratici Musulmani nati in Bosnia governarono la provincia in piena autonomia, pronti a difendere la loro indipendenza anche con le armi.

Questa autonomia rimase anche quando il tempo della prosperità e della gloria cedette il passo alla fase di declino del diciottesimo secolo. Man mano che i confini dell’impero Ottomano arretravano, i Musulmani di origine Slava che si ritiravano dalle province sconfitte trovavano rifugio in Bosnia rinforzando la già grande componente Islamica di una popolazione che però rimaneva sostanzialmente multietnica.

La Bosnia Ottomana interruppe bruscamente la propria esistenza quando nel 1878 i grandi stati d’Europa si riunirono a Berlino per decidere come comportarsi nei confronti dell’impero Ottomano.

Adocchiato come terreno di conquista per le potenze europee, l’impero Ottomano cominciò il proprio declino; incapace di saldare i propri debiti l’Impero era minacciato sia da disordini interni che dalle mire aggressive dei propri vicini.

Ciò che salvò l’Impero Ottomano dalla disintegrazione fino alla fine della Prima Guerra Mondiale fu l’incapacità delle grandi potenze europee di giungere ad un accordo per la sua spartizione. Il compromesso fu raggiunto a Berlino quando una commissione di creditori dell’Impero Ottomano si accordò sulla gestione dei capitali dell’Impero lasciandone però sostanzialmente intatti i confini.

Le uniche eccezioni a questo accordo sui confini furono: la Bosnia-Herzegovina, la cui amministrazione passò sotto l’impero Austro-Ungarico (che era stato escluso dalla spartizione delle colonie), Cipro, che fu assegnata agli Inglesi che dovevano proteggere il Canale di Suez, e Serbia, Montenegro e Bulgaria a cui fu concessa l’indipendenza su richiesta della Russia.

 
 

La Bosnia a cavallo del nuovo millennio (1878-1918)

Il governo Austro-Ungarico instauratosi in Bosnia a fine 800 era intenzionato a trasformarla in una "colonia modello": costruì autostrade e industrie e migliorò le infrastrutture sociali (scuole, parchi, edifici pubblici ecc.).

A Sarajevo ci fu un'enorme espansione edilizia e il governo stimolò la nascita di circoli culturali moderni e aperti alle nuove tendenze culturali, come effetto collaterale in questi circoli si cominciò a parlare di Nazionalismo come naturale conseguenza del Romanticismo e del Darwinismo sociale.

Il sogno nazionalista di un grande stato Slavo, unito sotto l'egida della Serbia Ortodosso fu propugnato sopratutto da intellettuali Serbi probabilmente finanziati dalla Russia che tendeva ad ergersi come guardiano di tutti i popoli Cristiano-Ortodossi dell'Est. Di contro gli intellettuali Slavi Musulmani proponevano l'antico ideale Bosniaco della società pluralista e multiconfessionale, con l'ovvio appoggio interessato delle autorità Austro-Ungariche.

Le mire nazionaliste Serbe non si rivolgevano solamente alla Bosnia, ma guardavano anche agli altri vicini Slavi: Croazia e Slovenia. L'annessione formale della Bosnia-Herzegovina all'Impero Austro-Ungarico del 1908 creò ulteriore allarme fra i fautori del nazionalismo.

Nell'estate del 1914, un giovane Serbo Nazionalista (Gavrilo Princip) assassinò l'erede al trono Austro-Ungarico durante una visita di stato a Sarajevo provocando l'inizio della Prima Guerra Mondiale.
 
 

La Bosnia fra le due guerre (1918-1941)

Quando la Prima Guerra Mondiale finì, il sogno dei nazionalisti Serbi si era avverato, era nata la Jugoslavija sotto il controllo del Regno della Serbia. I musulmani Bosniaci furono spinti a riconoscersi sotto una delle due etnie dominanti: quella Serba e quella Croata.

Negli anni 20 e 30 il regime Jugoslavo divenne sempre più centralista e nazionalista, suscitando le prime perplessità negli Slavi non Serbi (sopratutto nei Croati).

Nel 1928 il leader politico Croato Stjepan Radich fu ucciso all'interno del Parlamento di Belgrado da un deputato radicale Serbo, l'anno seguente il Parlamento unificato venne sciolto e la Costituzione fu sospesa. I confini interni furono ridisegnati in modo da annullare i confini storici, furono ridisegnate le province che vennero affidate a governatori militari inviati dal regime di Belgrado.

Alcuni Croati cedettero al richiamo delle organizzazioni estremiste anti-Serbe, quali ad esempio gli Ustasha, supportati anche dal governo Italiano guidato da Mussolini.

L'assassinio del Re di Jugoslavija da parte degli estremisti anti-Serbi, durante una visita di stato in Francia, provocò una nuova crisi che rafforzò le frange estreme dei movimenti in tutti gli schieramenti.
 
 

La seconda guerra mondiale (1941-1945)

Hitler invase la Jugoslavija nel 1941, il Re fuggì all'estero e il paese fu spartito fra gli alleati della Germania Nazista ed i nuovi poteri locali. La Slovenia fu annessa alla Germania, la costa Croata venne assegnata all'Italia, la Macedonia finì all'interno della Bulgaria mentre il resto del paese venne diviso fra due regimi fantoccio, controllati dalla Germania: la Croazia (a cui fu annessa la Bosnia) e la Serbia (governata dal Generale filo- tedesco Milan Nedich).

Il governo Croato, che era presieduto dal capo degli Ustasha Ante Pavelich, decise di operare una feroce pulizia etnica dei propri territori colpendo in particolare Serbi, Zingari ed Ebrei, minore accanimento fu operato nei confronti dei Musulmani Bosniaci.

La posizione dei Musulmani Bosniaci in questa fase storica fu controversa, le dichiarazioni dei leader religiosi e politici contro la pulizia etnica imposta dagli Ustasha non impedirono la formazione nel 1943 di una divisione SS formata da Musulmani sotto il comando Tedesco.

Analoga pulizia etnica venne intrapresa dal governo Serbo del Generale Nedich, al punto che la Serbia fu il primo stato dell'Europa Nazista a dichiararsi "Judenrein" ("privo di Ebrei").

I gruppi nazionalisti Serbi, che non vedevano di buon occhio questa totale sottomissione ai Tedeschi, crearono il movimento di resistenza Cetnico, comandato dall'ex-Colonnello Drazha Mihailovich ed in parte supportato dalla Gran Bretagna.

Obiettivo dei Cetnici era ricreare la "Grande Serbia", svincolata dal controllo Tedesco, depurata dalle etnie non Serbe ed estesa ben oltre i confini imposti dai Tedeschi andando a rioccupare la Bosnia-Herzegovina ed il sud della Croazia. Per ottenere questo risultato i Cetnici di Mihailovich intrapresero una loro campagna di "pulizia etnica", in parte sovrapposta a quella del regime serbo, in parte in opposizione a quella degli Ustasha in Croazia, per spostare l'ago della bilancia della composizione etnica dei territori in favore dell'etnia Serba.

Questa situazione incandescente trasformò la Bosnia in un campo di battaglia dove si combattevano i Cetnici Serbi, gli Ustasha Croati, le truppe di occupazione Tedesche e Italiane, le milizie locali ed i Partigiani Comunisti.

I partigiani Comunisti (guidati da Josip Broz Tito) nascevano come gruppo di resistenza multi-etnica in contrapposizione a tutte le forze Nazionaliste interne e di occupazione. L'efficienza della guerriglia partigiana degli uomini di Tito contro le truppe di occupazione Naziste (svoltasi in particolar modo in Bosnia e sulle coste Croate) spostò l'afflusso degli aiuti da parte degli Alleati dai Cetnici Croati ai Partigiani di Tito a cui furono paracadutati armi e medicinali a partire dai primi giorni del 1944.

Grazie agli aiuti alleati e ad una crescita del supporto da parte della popolazione civile, i partigiani di Tito risultarono fondamentali nella liberazione del territorio Jugoslavo dai Nazisti.
 
 

La guerra fredda e la Jugoslavija di Tito (1945-1990)

Alla fine della guerra la Jugoslavija si trovò riunita sotto il Maresciallo Tito, che la governò per 35 anni fino alla sua morte. Poco dopo la fine della guerra Tito interruppe i rapporti con Stalin e divenne uno dei fondatori del movimento dei paesi non allineati proponendo la propria idea di Comunismo slegato da Mosca.

Grazie anche agli aiuti occidentali, il Maresciallo Tito creò l'esercito nazionale Jugoslavo come quarta potenza militare europea. Sotto il governo di Tito furono poste severe limitazioni alle manifestazioni di nazionalismo e di estremismo religioso, in quanto erano viste come un potenziale elemento disgregatore dello stato Jugoslavo, fu invece molto incoraggiata la libertà di culto e di espressione, finché non entrava in contrasto con la politica dello stato.

Dal punto di vista amministrativo lo stato era diviso in sei Repubbliche costituenti: Bosnia-Herzegovina, Serbia, Croazia, Montenegro, Macedonia, e Slovenia ripartite essenzialmente secondo i confini delimitati alla fine della Prima Guerra Mondiale. Per la prima volta nel ventesimo secolo ai Bosniaci era restituita un’identità nazionale (non erano più costretti a dichiararsi Serbi o Croati come negli anni precedenti). Sarajevo risorse come centro culturale ed economico e si avviò una lenta trasformazione dell'economia bosniaca da essenzialmente rurale ad industriale.

All'inizio degli anni '70 la Jugoslavija era in pieno boom economico quando le prime voci sullo stato di salute di Tito, con la conseguente preoccupazione occidentale di una ricaduta della Jugoslavija nell'orbita Sovietica, spinsero il Segretario di Stato Americano Henry Kissinger a dichiarare che gli Stati Uniti erano pronti a rischiare una guerra nucleare pur di evitare lo spostamento ad Est dell'asse Europeo.

La situazione cambiò drasticamente alla morte di Tito nel 1980. Il governo passò ad una commissione formata dai presidenti delle sei repubbliche (più due rappresentanti delle regioni autonome) che a rotazione assumevano anche il ruolo di presidente della Federazione Jugoslava.

Il boom economico finì rapidamente e ricominciarono ad affiorare le tensioni interne, la spinta dell'ideologia Comunista di Tito si affievolì e la sua funzione aggregatrice perse di efficacia ponendo le basi per la successiva fase di disgregazione.

Il crollo dell'Unione Sovietica e la fine della guerra fredda completarono l'opera, alle prime elezioni libere del 1990 il partito Comunista sopravvisse solamente in Serbia e Montenegro, nelle altre Repubbliche trionfarono i partiti che propugnavano l'indipendenza da Belgrado.

 
 

La disintegrazione della Jugoslavija (1986-1992)

La dissoluzione della Federazione Jugoslava fu accelerata dall'ascesa al potere nella Repubblica Serba di Slobodan Miloshevich, alfiere del Nazionalismo Serbo. La visione della questione Jugoslava di Milosevich era la creazione di una Grande Serbia che riunisse tutti i Serbi in un unico stato.

Dal punto di vista economico, la Repubblica Serba chiedeva che le Repubbliche più ricche (Slovenia e Croazia) contribuissero maggiormente al bilancio della federazione, la volontà di queste Repubbliche di aprirsi maggiormente al libero mercato e di privatizzare le imprese di stato non era vista di buon occhio dal Partito Comunista Serbo, unico rimasto con un grosso seguito all'interno della Jugoslavija. Il seicentesimo anniversario della battaglia del Kossovo (1389: il Regno di Serbia subisce una pesante sconfitta dall'esercito Turco e diventa uno stato vassallo dell'impero Ottomano) fornì la scusa a Miloshevich per avviare una pulizia etnica del Kossovo (una delle province autonome della federazione) contro i Musulmani Albanesi che formavano la maggioranza della popolazione; all'operazione militare si associò la revoca dell'autonomia a tutte le province presenti all'interno della Repubblica Serba. Nell'estate del 1991 la Slovenia, la più occidentalizzata e ricca delle Repubbliche Yugoslave, preoccupata per il degenerare della situazione nel sud del paese, colse l'occasione del rifiuto da parte della Serbia di passare il turno alla Croazia nelle rotazioni della presidenza federale e dichiarò la propria indipendenza. L'esercito Jugoslavo (formato in maggioranza da Serbi) fu attivato per opporsi a questa secessione ma venne rapidamente sconfitto dall'esercito Sloveno. La mancanza di una minoranza Serba in Slovenia fece sì che questa sconfitta non fosse vissuta drammaticamente a Belgrado, la Slovenia non era evidentemente parte del progetto "Grande Serbia". La Croazia (dove la minoranza Serba era invece significativa) proclamò la propria indipendenza lo stesso giorno della Slovenia ma non si andò ad un vero scontro a fuoco fino alla fine del conflitto Serbo-Sloveno. Chiuso il conflitto Sloveno l'esercito Jugoslavo attaccò la Croazia sia dalle basi poste in Bosnia- Herzegovina e in Serbia ma anche dal territorio Croato grazie a milizie Serbe reclutate fra le minoranze locali. Questa guerra civile portò alla morte di numerosi civili e alla completa distruzione di centri storici quali Dubrovnik e Vukovar. La guerra continuò fino alla fine del 1992 quando le Nazioni Unite imposero il "cessate il fuoco" che congelò i confini lasciando circa un terzo della Croazia sotto il controllo Serbo.
 
  La guerra in Bosnia (1992-1995)
(In aggiornamento)
 
 

La Bosnia Contemporanea

Bosnia: dieci anni di tregua

Sono passati oltre 10 anni dagli accordi di Dayton del novembre 1995 che determinarono la fine della Guerra in Bosnia , nella ex Jugoslavia.

Tutto era iniziato nel 1991/92 con i primi scontri fra Serbi e Croati e con le dichiarazioni di autonomia di alcuni Stati che componevano la Repubblica Federale Jugoslava ( in cui si riconoscevano la Serbia/Montenegro ): la Slovenia , con capitale Lubiana ( possiamo dire sfiorata dalla Guerra) , la Croazia ,con capitale Zagabria ed infine , nel 1992 la Bosnia –Erzegovina con capitale Sarajevo.

Molti di noi ricordano lo sgomento, la paura, la pietà per quelle popolazioni che abitavano città e territori bellissimi così vicini all’Italia e che quasi improvvisamente si erano trasformati in terreni di scontro, di odio, di morti , di povertà e di fuga anche verso il nostro Paese.

Le cause di quella guerra fratricida, durata con violenza per quasi quattro anni , con altri successivi momenti in Kossovo, Albania e Macedonia nel 1999-2000 , sono molto difficili da identificare oggettivamente e sono molte le teorie diverse e a volte contrapposte che ritengono responsabili singoli capi delle popolazioni ex jugoslave, ma anche governi e capi di Stato Europei ed internazionali.

Il risultato della Guerra è la scomparsa della Repubblica Federale Jugoslava, la nascita di cinque Entità statali autonome, ma soprattutto sotto gli occhi di tutto il mondo in quei territori sono morte 250.000 persone, si sono creati, attraverso “pulizie etniche” e fughe, un milione e mezzo di profughi e rifugiati (in parte spostati da una Entità statale all’altra, molti altri fuggiti all’estero e sparsi in ogni continente).

Dal 1995 ad oggi più che una vera Pace è durata una Tregua, una sospensione degli scontri attraverso la firma degli accordi di Dayton, ma questa tregua continua ad essere garantita e rispettata anche perché tuttora, soprattutto in Bosnia-Erzegovina, sono presenti 25.000 soldati di una Forza Multinazionale, composta anche da italiani, ed alcuni territori e regioni sono provvisoriamente governati da dirigenti della Comunità Internazionale.

La Comunità internazionale, sicuramente in parte corresponsabile di quella guerra, in questi dieci anni di Tregua-Pace ha cercato di aiutare i diversi stati nati dalla frantumazione della Federazione, l’Italia sia come istituzioni statali centrali e decentrate sia come cittadini organizzati, associati o singoli, ha svolto moltissime attività di solidarietà e cooperazione a favore delle popolazioni ex jugoslave ed in particolare di quelle della Bosnia–Erzegovina.

Queste attività continuano ancora e l’Italia e gli Italiani sono considerati fra le Comunità più attive e sensibili.

Alcune notizie sull’ attuale ordinamento della Bosnia Erzegovina (BiH):

  • Lo Stato è fondato su due entità: 1) Federazione Croato –Musulmana (FBiH) con il 51% del territorio con capitale Sarajevo ; 2) Repubblica Serba di Bosnia (Rep. Srpska) con il 41% del territorio con capitale Banja Luka. Il distretto di Brcko non è stato possibile assegnarlo ad una delle due entità statali e pertanto gode di una propria autonomia.
  • La FBiH è suddivisa in 10 cantoni.
  • La Rep. Srpska è invece amministrativamente accentrata.
  • La presidenza dello Stato (BiH) è composta a tre rappresentanti, uno per ciascun gruppo etnico, con una rotazione di 18 mesi per il ruolo di Presidente della Presidenza.
  • La FBiH ha definito solo sei ministeri accentrati (Esteri, Giustizia, Finanze, Commercio Estero, Affari Civili, Rifugiati), le altre materie sono demandate ai singoli cantoni

Pertanto lo Stato risulta così organizzato:

  • Due Entità
  • Un Distretto Autonomo
  • Tredici Costituzioni
  • Un governatorato internazionale, a cui è demandato il compito di risolvere ogni controversia fra le due Entità e di decidere in merito.
  • Quattordici Governi
  • Cento Ministri (fra Stato, Entità, distretto e Cantoni)

La Valuta nazionale è il Marco Convertibile (KM) pari circa a 0.5 Euro.

Alcuni altri flash sulla situazione in Bosnia:

18.000 campi minati censiti,
ma si presume che siano molti di più.

  • 1.5 milioni di persone su una popolazione complessiva di 3,9 milioni a causa della guerra soffrono di sindrome da stress post-traumatico.
  • La disoccupazione complessiva è al 44%, ma al 95% fra i profughi di cui molti tuttora vivono in campi profughi.
  • Assistenza sanitaria precaria e parzialmente accessibile gratuitamente.
  • Assistenza sociale pressoché inesistente (pensione o sussidi irregolari e dell’ammontare mensile di circa 20 Euro).
  • Salario medio degli occupati attorno ai 250 Euro mensili.
 
 
 
 
 
 
 

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